A Scuola col Terapista 27 Aprile 2008
Posted by LogopediaUniPa in mondo Logo.Tags: relazioni logopedista
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L’ascolto e l’osservazione del disagio sono armi potenti per capire diversi stati di malessere che portano a comportamenti sconnessi. Quando si è piccoli e non si ha la capacità di selezione e di concentrazione necessaria per gestire le proprie energie e potenzialità si può giungere a un apprendimento dispersivo e il più delle volte confusionario. Altrettanto destabilizzante all’età di 7-8 anni può essere avvertire un limite e non avere nessun modo per superarlo o almeno “metterci una pezza”.
I bambini, d’altronde, tendono a isolare chi non fa parte del gruppo, chi è “diverso”, acuendo ulterioremente il problema. La scuola, in genere, risponde con una serie di attività mirate all’integrazione e, nella più rosea delle ipotesi, il bambino con difficoltà di apprendimento è in cura da un logopedista.
Raramente il piccolo che va dal logopedista per la prima volta si fida: crede che il terapista sia una specie di dottore, con l’aggravante di doverlo vedere almeno due volte a settimana. Ci mette un po’ di tempo per capire che lo specialista è lì per aiutarlo a trovare un metodo di sopravvivenza alternativo ai limiti scolastici o per canalizzare meglio le sue grandi potenzialità.
Ci sono continui studi sulle tecniche utili alla riabilitazione dei bambini con disturbi dell’apprendimento o di iperattività e una soluzione si trova sempre, purché si collabori insieme per la buona riuscita del trattamento. In alcune scuole sono stati promossi corsi ad hoc per sensibilizzare gli insegnati sul problema, ma spesso il sintomo è così nascosto dai comportamenti sconnessi (messi in atto per reagire ai propri limiti o all’incapacità di dare ordine alle proprie potenzialità) che si nota solo la punta dell’iceberg, vale a dire la risposta emotiva al problema.
Se qualcuno “sbrocca” e non ci sono problemi mentali, c’è sempre un motivo valido. Se ho difficoltà nel riconoscere le lettere sul foglio, non sono capace di legarle, non riesco a concentrarmi sulla parola scritta, ho problemi ad analizzare la struttura delle parole che scrivo, non sono in grado di recuperare in modo naturale informazioni utili da un brano letto o scritto e, soprattutto, non ho un metodo per porre rimedio a questi problemi, va da sé che “dò di matto”. In più, nel caso dei bambini che frequentano le elementari, le madri sono spesso manifestamente in pensiero, mentre le maestre vanno a chiedere consigli e cercano apertamente aiuto (il problema delle insegnanti è che sono esperte nella didattica e nella pedagogia, ma non hanno studi di neuropsicologia, pertanto possiedono mezzi di intervento che, però, possono non funzionare perchè non adattati alla struttura cognitiva degli alunni in difficoltà): il disagio del bambino, in definitiva, cresce. Più di una volta nella mia pratica logopedica ho sentito i bambini manifestare la loro preoccupazione riguardo a cosa pensasse la mamma di loro.
Il logopedista ha la possibilità di adattare i metodi e le tecniche al problema specifico. È vero, infatti, che ci sono procedimenti ed esercizi quasi universali, che vanno bene un po’ per tutti i casi, ma solo nella specifi cità si può trovare un risposta davvero valida. La collaborazione aperta e costruttiva fra coloro che lavorano per aiutare il bambino in difficoltà porta a uno scambio di competenze utile per tutti: la maestra potrà trasmettere al logopedista la sua esperienza didattica e questi, a sua volta, potrà illustrarle le tecniche che possono aiutare il bambino a gestire la propria diversa abilità e sentirsi più simile al gruppo. Spesso con le insegnanti il problema principale è l’assenza di un vocabolario comune. Anche le mamme vanno sempre coinvolte e informate sul percorso di aiuto e, se hanno modo, possono dare una mano in modo concreto.
Concludo questa trattazione un po’ astratta con un piccolo cammeo.
Un giorno mi arriva un paziente di 9 anni, affranto perché aveva fatto terapia, ma non ne era uscito bene. Si siede di fronte a me con lo sguardo ferito di chi ne ha sentite troppe. Mi confida che ha fatto tutti i test e le altre cose a cui ti sottopongono i foniatri e le logopediste: sa bene quello che ha, me lo può anche descrivere con termini miei perchè è un “veterano” della terapia.
«Bene», gli dico, «dal momento che sai già tutto, perchè sei qui?».
Lui abbassa la sguardo e dice: «Non odio le lettere, solo che non le capisco».





Un GRAZIE di cuore a Roberta Scotto Galletta, logopedista da oltre dieci anni e scrittrice appassionata.
Ha pubblicato «La genìa» con Zandegù, menzione speciale al Premio Calvino nel 2004 e al Premio Procida Elsa Morante nel 2007; sempre nel 2007 ha scritto «Manicure Corner» edito da Sironi.
Per il decennale della sua attività, a marzo dello scorso
anno, ha attivato un blog “Lo fa anche Baricco” in cui raccoglie «storie di sopravvivenza scolastica» e «racconta la fatica e il dolore dei bambini con disturbi dell’apprendimento e di come un logopedista
può aiutarli».
Fateci un salto! ne vale veramente la pena!
francesco, troppo buono. venitemi a trovare! baci a tutti, Roberta